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lug
05
2011
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Ancora sulle Centrali Nucleari…

(Riporto qui uno spezzone di un mio intervento pubblicato su Anonima Scrittori sul tema del nucleare)

(…) Uno dei pochi vantaggi che avremmo nel favorire le centrali nucleari sarebbe quello di non dipendere più dal Medio Oriente per il petrolio (che è il vero motivo-vantaggio a cui ambisce chi ci propone di costruirle).

Però noi non produciamo uranio, dunque anche non avendo più la schiavitù petrolifera dipenderemmo sempre dall’estero… (mi spiegate che differenza ci sarebbe in termini economici e logistici?).

C’è da dire anche che l’uranio non emette nell’atmosfera l’anidride carbonica (un altro aspetto positivo quindi, dato che purtroppo abbiamo il problema dell’effetto serra) mentre come tutti sappiamo i combustibili fossili ne emettono grandi quantità.

Adesso parliamo di costi effettivi e di durata dei reattori (qualità-prezzo insomma).

Innanzitutto i costi di costruzione vengono sempre di gran lunga superati dal costo dello smaltimento dei rifiuti radioattivi, perché come sotto l’effetto di un morbo contagiosissimo tutti gli oggetti esposti alle radiazioni ne assorbono la radioattività, diventano a loro volta – quindi (e non c’è scampo)- delle scorie radioattive.

Tutti sappiamo (spero) che queste scorie devono essere stoccate per molte migliaia di anni per far decadere il loro livello di radioattività. (migliaia di anni… avete capito? Non 10-20 anni… che sarebbe già tantissimo. Ma voi non le vedete, non ne percepite gli effetti. Quindi questo per voi non è un problema da quanto mi pare di capire).

Al giorno d’oggi nessuna tecnologia è in grado di distruggerle (ci crediamo tanto evoluti, ma forse non lo siamo poi così tanto): ci sono studi recenti che sembrano dimostrare la possibilità di riutilizzare alcune scorie per produrre nuova energia e di essere smaltite in poche decine d’anni, ma il tutto oggi rimane ancora infattibile. Ah, ho letto da qualche parte che oggi i reattori hanno una durata media di una ventina d’anni… poi vengono smantellati (ce ne sono al mondo attivi 439).

Un esempio oggettivo per farvi capire: La centrale Yankee Rowe (Massachussets), chiusa nel 1991, fu costruita nel 1960 a un costo di 186 milioni di dollari; lo smantellamento completo prevede (non è stato ancora completamente terminato) una spesa di 370 milioni di dollari, quasi il doppio di quanto speso per costruirla. La sua durata è stata di 31 anni. (Mi sfugge qualcosa… dov’è il tanto citato risparmio in termini economici?) Dunque? Eticamente parlando barattereste davvero il nostro pianeta per un po’ di energia in più?

Francesca Lulleri

Written by francescalulleri in: Senza categoria |
mag
09
2011
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Recensione a cura di Italo Franco De Sanctis di “Come cammina un uomo senza gambe?”, di Fernando Bassoli

“Leggere per la prima volta questo straordinario autore contemporaneo verista e rivederci in lui un degno discepolo di quella che è stata una delle più significative voci intellettuali del ‘900 italiano, mi riferisco al grande Pasolini, è stata per me una grandissima e meravigliosa sorpresa.


E un’altra sorpresa è stata, in negativo, il riscontrare il poco successo di questo giovane scrittore che, per l’età in cui pubblicò questo lavoro per la prima volta, circa 10 anni fa, era notevolmente avanti, per quanto riguarda la maturità letteraria, l’esposizione e i temi trattati, rispetto ai suoi coetanei scrittori che mai si sarebbero sognati di dare luce a chi, da una vita, vive di solo buio.

Bassoli è uno scrittore anarchico, anticonformista, ribelle e sensibile. Tanto sensibile che ogni suo racconto è volto a cercare di descrivere quello che tutti, ma proprio tutti, fingono non esista. Invece lui, che da osservatore attento riesce a cogliere ogni sfumatura della vita, è riuscito a descrivere in ogni racconto presente nel suo “Come cammina un uomo senza gambe?” le altre realtà, spesso “scomode”, presenti attorno a noi.

Questo suo piccolo grande capolavoro, risultato di notti insonni passate a scrivere, scrivere e ancora scrivere, è un gioiellino della nostra letteratura contemporanea. Non riesco ancora a capacitarmi di come possa essere passato inosservato in mezzo a tanti testi che sarebbero solo da buttare nella spazzatura.
Dove è finita l’Italia intellettuale?

Quell’Italia che apprezza lo scrittore coraggioso, quello che vuole cambiare qualcosa attraverso la scrittura, quello che vuole raccontare non il benessere, ma la povertà, la delinquenza, la ribellione, o la veridicità di tutti coloro che sono da sempre inetti, ultimi, vinti?

Perché questo è Fernando Bassoli. Uno scrittore che a trent’anni ha fatto una scelta di vita non facile, cioè quella di fare lo scrittore, pur avendo in mano la laurea giuridica, per raccontare quello che tutti facevano finta di non vedere nonostante fosse di fronte ai loro occhi. Per raccontare questa enorme differenza, questo contrasto, questo mondo di seconda categoria, che eppure si muove e vive attorno a noi.

La cornice di tutti i racconti presenti nell’antologia è Roma, la città eterna, in cui si evince maggiormente questo enorme contrasto, come in tutte le grandi città. Ma la Roma raccontata dal Bassoli è quella dei bassifondi, della periferia, dei vagabondi, delle prostitute, degli ubriaconi, dei pregiudicati. Perché sarebbe stato troppo comodo e facile raccontare la sfarzosità di Roma, senza prima essere passati sul catrame delle sue strade…” 

Italo Franco De Sanctis

Written by francescalulleri in: Senza categoria |
mag
09
2011
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Recensione de: “I Lorchitruci”, favola postmoderna dello scrittore Fernando Bassoli

L’ultima fatica letteraria di Fernando Bassoli è una favola postmoderna, d’ispirazione idealista, che ben si colloca nel contesto dell’odierna, paradossale società in cui viviamo.

Ricca di contenuti morali e trovate degne di nota (ad esempio quella del prete, Don Ciarlante, che nasconde due corna fra i capelli, ottimo sunto dei proverbi: “l’abito non fa il monaco” e “l’apparenza inganna”), manifesta l’arguzia dello scrittore che, grazie a una satira mai banale, descrive la realtà che ci circonda e, con essa, certe tipiche convinzioni (es. più studio = lavoro migliore) alle quali tutti si aggrappano disperatamente, per non soccombere nella quotidiana battaglia per la sopravvivenza.

Il tema centrale della favola “Il giardino dei Lorchitruci”, risultata, proprio in questi giorni, tra le opere vincitrici del concorso nazionale “Oceano di Carta 2011” bandito dalla SensoInverso Edizioni, è, a ben guardare, il rapporto fra titolo di studio e inserimento nel mondo del lavoro.

La storia narra di due amorevoli genitori che ripongono una fiducia smisurata nelle capacità del figlioletto, tanto da creare una sorta di leggenda (l’esistenza dei misteriosi Lorchitruci) solo per spronarlo a studiare di più…

Ma andiamo dentro il testo e analizziamo, ragionandoci sopra, i messaggi reconditi che l’autore ha voluto trasmetterci. “Il giardino dei Lorchitruci” deve/può farci riflettere su più aspetti: l’autore ci parla di una famiglia sempre “presente”, ma oggi molti genitori sono superimpegnati e ritengono opportuno affidare (abbandonare?) i figli in mano a persone che ne fanno (male) le veci, lasciandoli crescere (o non crescere?) incollati alla tv o al computer, non senza rischi di varia natura.

Alla lunga, però, tale sovraesposizione mediatica provoca un’alterazione della percezione della realtà, con la conseguente frequente identificazione in veri e propri modelli negativi.

Ecco allora spuntare il miraggio del denaro facile, alla “moda” anche se sporco. Ecco la discriminazione verso i lavoratori veri, onesti, quelli che faticano e sudano per meritare davvero qualcosa. Ecco l’abbandono delle passioni-pulsioni artistiche a favore dei guadagni semplici e senza alcuno sforzo. Ed ecco che molti bimbi vivono sotto campane di vetro, come pesci dentro comodi acquari che, prima o poi, si romperanno, facendogli capire quanto duro sia l’incontro con la realtà.

Ma non finisce qui. L’idea collettiva che questi lavori siano il massimo che la vita può offrire, solo perché garanzia di facili guadagni, induce alcuni genitori a minimizzare la dignità e l’importanza del vero lavoro “onesto e faticoso” che fanno per mantenere la famiglia, a sottovalutarsi. A buttarsi via. Ed è proprio questo, uno dei mali della nostra società. Dobbiamo essere coscienti che non esistono lavori di serie A o di serie B. L’importante è che siano onesti. Un operatore ecologico ha la stessa dignità di un avvocato, un bidello di un professore, una cameriera di una commercialista affermata. Oggi sappiamo che purtroppo anche lo studio non garantisce più un lavoro degno di tale nome, e infatti la disoccupazione cresce, ma ogni tipo di occupazione, concepita nel pieno rispetto della persona, deve apparire agli occhi dei bambini, e anche degli adulti, un mezzo che permette di vivere con onore e quindi motivo di soddisfazione.

Siamo, in estrema sintesi, di fronte a una favola ricca di insegnamenti, forse più adatta agli adulti e ai ragazzi piuttosto che ai bambini. Da leggere per riflettere e cercare di capirsi un po’ di più.

 

Francesca Lulleri

Written by francescalulleri in: E-book di Fernando Bassoli |
dic
26
2010
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Fare il giornalista nel 2011: un lavoro difficile e in costante evoluzione, di Fernando Bassoli


www.fernandobassoli.ilcannocchiale.it

Leggo l’editoriale dell’ultimo numero di “Tabloid”, rivista dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Lo firma Letizia Gonzales, da poco confermata alla Presidenza dell’Ordine medesimo. Una che, se non altro, ha il merito di parlare chiaro. Il titolo, ahinoi, è tutto un programma: “Tempi difficili per i giornalisti”. Non c’è da stupirsi, dato che conosciamo bene la particolare precarietà di tale categoria. Si sfoglia il giornale e già a pag. 4 ci si fa un’idea della gravità della situazione. Del resto la Gonzales dice il vero. Anzi, forse la situazione è perfino più grave di come ci raccontano le cifre ufficiali. Già, perché nessuno ci viene a dire quanti cominciano l’opera e mollano il sogno a mezza strada, col sogno declassato a velleità, magari quando il mestiere cominci a sentirtelo cucito addosso e la prima cosa che ti viene da fare, quando apri gli occhi la mattina, è correre all’edicola.


È un dramma quotidiano, individuale e silenzioso, che lascia sul campo morti, feriti, gente incazzata con la vita, che si mette contro genitori, fidanzate, figli.

Nessuno, inoltre, ha il coraggio di dire che la scelta di iscriversi a Facoltà come Scienze della comunicazione, Sociologia e affini, può essere sì gratificante sul piano culturale, ma poco spendibile sul mercato del lavoro, una volta terminati gli studi. Al momento di iscriversi all’Università è bene capire quali sono le reali condizioni socioeconomiche della propria famiglia, perché se non hai le spalle coperte, alla lunga rischi di finire sotto il classico ponte, nell’attesa di un lavoro sicuro e redditizio che, in quest’epoca di vacche magre, tarderà ad arrivare per tutti… Questa, purtroppo, è l’amara verità.

IL GIORNALISMO E’ CAMBIATO. IN PEGGIO - Non bastassero le evidenti, oggettive difficoltà di collocazione lavorativa, o di semplice riposizionamento, seguono poi quelle legate alla degenerazione del sistema-comunicazione, colpito da un vero e proprio virus.

Argomenta molto bene, il Presidente dell’Ordine, nel passaggio che vi riporto testualmente, dato che non saprei sintetizzarlo meglio: “Assistiamo ogni giorno di più al degrado dell’informazione, allo scempio del privato, all’orgia dei particolari, come ha scritto recentemente Mario Calabresi sulla Stampa, all’utilizzazione dei Media per colpire lo sgradito di turno o il portatore di culture diverse… omissis… Il punto di osservazione dell’Ordine, nell’ambito disciplinare, mette proprio in luce la litigiosità crescente fra opposte fazioni di colleghi che la pensano in modo diverso, dimenticando che il dovere del giornalista è quello di informare obiettivamente, nel modo più completo possibile, il cittadino lettore…”.

Proviamo a tirare le somme. Oggi è perfino superfluo osservare che più fai casino, con ogni mezzo a tua disposizione, tette comprese, più fai audience. Più alzi la voce più ti stanno a sentire (in questo senso i politici non sono secondi a nessuno e spesso ci fanno vergognare di averli votati). Più parolacce dici, meglio è. Frequenti riferimenti a fenomeni di stampo mafioso-camorristico sono graditi, perché Saviano ha inaugurato un nuovo filone che va di moda. E che il sangue scorra a fiumi, perché no? Sangue, sesso e magari pure soldi. Perché è questo che la gente vuole.


AVETRANA - Il recente caso Scazzi ha portato agli occhi di tutti l’incredibile fenomeno del “turismo morboso”, qualcosa di turpe e insano, che diventerà materia di studio dei criminologi, dei professionisti del male di tutto il mondo. Perché c’era gente disposta, in tempi di crisi, a pagare un viaggio organizzato, con tanto di autobus, per andare a vedere i luoghi dove una ragazzina aveva perso la vita nel fiore degli anni. Magari per scattare foto ricordo. E che dire di quelle ore di diretta televisiva, modello Grande Fratello, ore piene di utili idioti, impegnati a costruire teorie sulle improbabili sabbie del possibile, perché solo chi stava indagando sul campo poteva davvero conoscere i dettagli del quadro che i Soloni di turno cercavano di immaginare, senza peraltro mai convincere?

UNO STILE AGGRESSIVO - Vanno poi benissimo i programmi che, più che dare spazio alle opinioni altrui, incalzano l’intervistato ai limiti della provocazione volontaria e lo considerano più oggetto che persona. Pensiamo al successo de “Le Iene” oppure di una trasmissione semiseria come “La Zanzara” condotta dallo stralunato Giuseppe Cruciani su Radio24. Piace al punto da essere replicata la notte, dopo la consueta edizione serale. “Striscia la notizia”, insomma, ha fatto scuola: il pubblico cercava e cerca ancora un nuovo modo di interpretare il complesso fenomeno dei mezzi di comunicazione di massa.

Non resta che arrenderci. E prendere atto che il modo di informare è totalmente cambiato, ma tale mutamento si è allineato al laicismo di tempi estremamente frenetici, dove chiunque cerca uno spazio suo e solo suo, per affermare la propria personalità (con relativi benefici economici o comunque di visibilità/prestigio).

Ci mancano, in modo clamoroso, personaggi di spessore indiscusso: il grande Indro Montanelli o un inappuntabile come Enzo Biagi. Per non parlare di veri artisti della penna come Dino Buzzati. Quelli che sono venuti dopo danno costantemente l’idea di seguire un carro, schierarsi, tifare, tirare acqua ad un solo mulino che spesso è quello dell’editore. E allora l’obiettività dell’informazione dove va a finire? A cosa serve l’Ordine dei giornalisti, viene da chiedersi, se nei fatti ognuno dispone di ampia discrezionalità e autonomia nel posizionare il proprio prodotto-programma-media, nell’orientarlo verso i lidi più assolati, magari facendosi pure dei nemici, che alla fin fine contribuiscono ad alzare quel polverone che crea dibattito, con repliche piccate?

Quella caciara gonfia le vele dell’Auditel che, viene da pensare, deve essere diventato una sorta di simbolo fallico nella testa di editori e sponsor.

Perché non conta cosa hai fatto, ma quanta gente ti ha guardato.

Se dici-scrivi stronzate ma il pubblico ti segue, forse perché – conoscendoti – questo si aspetta da te, va bene uguale, anzi benissimo.

Se invece fai comunicazione corretta e completa, ma lo share resta moscio, ti chiudono il programma. O te lo traslano altrove, come accade su Mediaset, dove capita che un telefilm cominci su Italia 1 per poi proseguire, per le puntate successive, su La5, per fare spazio a programmi più appetibili.


RITMI DI LAVORO FOLLI – La Gonzales conclude bene il suo pezzo affermando-denunciando che “la frenesia della vita quotidiana, che si ripercuote nel mestiere con l’ansia del dover essere sempre sulla notizia e sullo scoop che l’accompagna, determinando spesso l’impossibilità della verifica delle fonti e l’uso indiscriminato della divinità Internet, ha prodotto una serie di mirabolanti giornalismi che puntano sul protagonismo, sull’informazione-spettacolo…”.

Ecco, il problema sta tutto in questa evidente contraddizione: l’informazione non dovrebbe mai essere una sorta di spettacolo e viceversa. Perché in questo modo il ricevente del messaggio, sia esso lettore, telespettatore, radioascoltatore, navigatore del web, non è in grado di cogliere con chiarezza il confine tra la verità e la sua deformazione, magari satirica.

NUOVE INTERPRETAZIONI - Quando il grande sociologo canadese Marshall McLuhan disse che “Il mezzo è il messaggio” forse non aveva capito che il cambiamento costante e radicale delle tecnologie avrebbe finito per stravolgere il concetto stesso di massmedia sul quale ragionava lui, rivoluzionandolo.

Oggi il fine giustifica il media. E allora proviamo a rovesciare la prospettiva e domandiamoci: e se non avessimo capito niente? Se il vero massmedia fosse il pubblico a casa? Se i mezzi di comunicazione fossero solo il diffusore-moltiplicatore di quello che la gente si aspetta di sentire-vedere? Personalmente battezzerei questa mia tesi “teoria del pubblico imperante”, cioè del pubblico che predetermina quanto viene poi detto dai comunicatori di professione a commento di un singolo fatto.

FONTI POCO ATTENDIBILI - C’è poi il problema dei problemi, richiamato anche dalla Gonzales: Internet. Il Moloch dei nostri giorni. Chi può sapere quanto è attendibile ciascun sito e perfino ciascun utente?

Se una notizia è sbagliata con chi te la devi prendere?

Perché alcuni siti spariscono nel nulla da un giorno all’altro senza spiegazioni?

Nella mia città, Latina, negli ultimi anni sono scomparsi ben tre website molto frequentati: Ciaolatina.it, Chatlatina.it e Latinatifosi.com. Nessuno sa spiegare perché. È normale? Non mi sembra. Ma c’è di peggio.

Prendiamo Wikipedia. Il suo successo è noto: i giovani consultano con disinvoltura l’enciclopedia virtuale fai da te, ma, alla resa dei conti, che garanzie di veridicità offre?

Su Wikipedia alcune informazioni che risultano online oggi si rivelano sbagliate domani, vengono modificate dopodomani e magari scompaiono successivamente.

E allora che senso ha utilizzare questo sito per documentarsi? Un senso effimero, provvisorio, evanescente. Come la condizione dell’operatore dell’informazione dei nostri giorni.

Si naviga a vista, sperando nel buon Dio e in un 2011 migliore.

Written by francescalulleri in: Senza categoria |
dic
25
2010
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Buon Natale :-)

Written by francescalulleri in: Senza categoria |
dic
06
2010
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dic
06
2010
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nov
03
2010
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Tre nuovi blog da non perdere!

In questi giorni sono nati tre nuovissimi blog tutti da scoprire…

 

http://www.ilpallonecherotola.splinder.com/ 

 

http://www.lavatriceconleali.splinder.com/

 

http://www.felinia.splinder.com/

 

Dateci un’occhiata! Non ve ne pentireteee ;-) ! Sono BELLISSIMI!!!

 

Anzi, già che ci siete andate a vedere anche:

http://www.giallorossidentro.splinder.com/

 

Written by francescalulleri in: Senza categoria |
set
17
2010
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Narrativa: UNA VITA SBAGLIATA, il nuovo e-book di Fernando Bassoli

Una vita sbagliata, di Fernando Bassoli

http://www.compraebook.it/197/Una-vita-sbagliata.html

Esiste il libero arbitrio? “Una vita sbagliata”, racconto breve ma straordinariamente intenso, sembra nascere dall’esigenza di esaminare tale questione filosofica, attraverso la non facile vita/avventura di Ciacco Sperandio, un nome che è tutto un programma.

Ancora una volta l’autore Bassoli focalizza la sua attenzione su personaggi extramarginali di una Roma stralunata eppure terribilmente realistica: uomini e donne che sembrano esistere solo all’anagrafe, senza vivere davvero, perché rassegnati e, in un certo senso, condannati ad accettare quello che i capricci del destino gli ha riservato. Perché quando un neonato viene abbandonato in un cassonetto da una madre incosciente, come nel caso di Ciacco, è chiaro che la sua strada sarà tutta in salita… Ancora una volta Bassoli ci parla degli ultimi, sonda le contraddizioni psicologiche, gli eccessi comportamentali, i valori dei singoli e i disvalori del familismo amorale (“Basta che ce sta sempre un piatto di pasta per la pupa, e mi sta bene tutto.” dice Onoria, la moglie di Ciacco), costringendoci a calarci nella loro dura realtà, fatta di parole scomode e forme di ragionamento crude, eppure utili alla sopravvivenza in contesti feroci e senza speranza, dal sapore pasoliniano. Perché forse la borgata non è solo un luogo fisico, ma qualcosa che riguarda lo spirito…

Per questi soggetti, feriti nel profondo da una società distratta e a volte crudele, ogni giorno su questa terra è una lotta che li rende simili a belve. Paradossalmente è proprio quando raggiungono un certo benessere socio-economico, dopo tante tribolazioni, che taluni tirano fuori il loro lato peggiore, come se dovessero vendicare i torti subiti, le umiliazioni, gli stenti di chi ha visto drasticamente ridotte, fin da bambini, le proprie possibilità di scelta. È questo un racconto che fa ridere e piangere, svelando le verità nascoste, spesso dolorose, di un essere tra i più complessi chiamato uomo.

http://www.compraebook.it/197/Una-vita-sbagliata.html

Written by francescalulleri in: E-book di Fernando Bassoli |
set
12
2010
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Racconti Anarchici

seconda copertina racconti anarchici modificata

:-) Vi presento Racconti Anarchici, una bellissima antologia (in e-book) pubblicata insieme a Fernando Bassoli, scrittore che ammiro e stimo tantissimo.

Per me è un sogno che si avvera… grazie Fer.

“Ognuno di questi singolari racconti configura un’ipotesi di “universo parallelo” che, nonostante l’originaria indipendenza letteraria, si collega agli altri, quasi fosse risucchiato, ad un certo punto della storia, da un immaginario buco nero, che lo trasporta in un contesto completamente nuovo, rendendo così interdipendenti i 20 racconti, 10 di Bassoli e 10 di Lulleri.”

http://www.compraebook.it/196/Racconti-anarchici.html

Written by francescalulleri in: E-book di Fernando Bassoli |

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